Absolute Zero
Crashing Icons

(m=r)

Dispiace dirlo, ma l'ipotesi che il (cosiddetto) progressive torni a essere - se non un genere in grado di accaparrarsi i favori di una grossa fetta di pubblico - almeno una corrente stilistica in grado di essere presa sul serio appare ormai estremamente inverosimile. Ucciso anche dai suoi stessi eccessi, certo - ma soprattutto da quella volontà collettiva "Made in UK" che volle passatista (in quanto elitario) tutto ciò che non era elementare. Da cui il (quasi divertente) paradosso di un linguaggio per pochi letto come "mainstream", mentre (per fare un nome a caso) quei Nirvana che costituiscono pietra angolare delle classifiche rock USA vengono considerati gruppo "alternative" per antonomasia.
Certo il panorama odierno - tra pomposità imbarazzanti e illustri cul de sac - non è un bel vedere. Se quello degli Hughscore è il collettivo che ci piace considerare come il più fresco e creativo, una bella sorpresa è stato questo Crashing Icons del trio (basato in Florida) denominato Absolute Zero. Un bassista non poco hopperiano (Enrique Jardines) e una tastierista e cantante agile e versatile (Aislinn Quinn); due musicisti di lunga esperienza cui si è aggiunto uno dei batteristi storici di un molto nobile filone: Pip Pyle.
Il disco vale, e non poco. Quattro brani per un totale di un'ora abbondante - e un certo eroismo presente in alcune situazioni - ci dicono già molto, ma l'ampio e disinvolto linguaggio compositivo, la freschezza timbrica, e soluzioni distanti mille miglia dalla più comune vulgata progressive valgono il (supposto) rischio. L'inizio - quasi una summa di influenze illustri - non è dei più promettenti: attacco à la Thinking Plague (con Hopper al basso), poi passaggio quasi Hatfield And The North con le (very wonderful) Northettes, indi uno scampolo Henry Cow come da In Praise Of Learning con Dagmar, poi (a circa 4'40") uno stacco che pare giungere dritto dritto da Squarer For Maud dei National Health... l'impulso a chiudere lì è stato forte. Invece la pazienza è ampiamente ricompensata. L'iniziale Bared Cross trova il modo di districarsi da secche illustri ma sterili. La lunghissima Further On fa tesoro di svelte sequenze e - complici percussioni e voci accelerate - trova il modo di accostarsi ai Biota. Stutter Rock/You Said sfrutta bene un giro esuberante, tastiere disinibite e la tromba dell'ospite Keith Edger (che ci ha ricordato il Sal Marquez dei giorni zappiani); e anche la chiusa di Sueños Sobre Un Espejo che a un primo approccio ci era sembrata soffrire di eccesso di ispanicità e 3/4 offre con i ripetuti ascolti ben altra sostanza. Se i due titolari ben impressionano, Pip Pyle fa un figurone: c'è ancora speranza per chi sa suonare.

Beppe Colli


© Beppe Colli 2004

CloudsandClocks.net | Feb. 17, 2004